Disturbante, viscerale, contorto: David Cronenberg torna al body horror e ci racconta i limiti dell’arte, della tecnologia e dell’essere umano

“Non è più il tempo di vedere. Non è più il tempo di parlare. È tempo di ascoltare”.

È la frase che si ode poco prima che un artista performativo, che si è appena fatto cucire occhi e bocca e con il corpo disseminato di orecchie, incominci a danzare su una traccia vagamente techno. Questa è solo una delle scene più conturbanti di Crimes of the Future, l’ultima opera del regista ottantenne David Cronenberg passata al Festival di Cannes e in sala dal 24 agosto 2022. I protagonisti sono Saul Tenser (Viggo Mortensen) e Caprice (Léa Seydoux), due artisti performativi che si esibiscono in spericolate operazioni di chirurgia pubbliche. I due infatti vivono in un futuro imprecisato dove il corpo umano è andato soggetto a diverse fasi di evoluzione e mutazione che hanno portato ad estinguere il senso del dolore e della sofferenza fisica.

Tuttavia, Saul ancora soffre e questo perché il suo corpo continua a generare organi dalla anomala funzionalità che egli prontamente rimuove nei suoi spettacoli performativi. Le stesse mutazioni hanno portato una parte di umanità a sviluppare un apparato digerente in grado di metabolizzare la plastica. Sarà Saul ad essere contattato dal capo della setta dei mangiaplastica (Scott Speedman) affinché esegui una autopsia pubblica sul corpo del figlio deceduto in modo da mostrare al mondo la mutazione in atto.

Come si evince dal titolo, l’ultima opera del regista canadese segna un ritorno ai temi cari alla sua poetica (Cronenberg aveva già girato un Crimes of the Future nel 1970 del quale il film attuale non è un remake né un reboot) tanto che si può considerare come una summa di molti dei temi affrontati in altre sue pellicole: i frequenti riferimenti alla corporeità come in Il demone sotto la pelle (1975), l’incontro fra erotismo e tecnologia, sesso e morte, tanto che i protagonisti provano piacere nel tagliarsi e nel sottoporsi ad interventi chirurgici estremi affermando che “la chirurgia è il nuovo sesso”. E ancora il rapporto fra corpo e macchina come in La Mosca (1986), difatti il protagonista, per evitare di provare sofferenza, ha bisogno di alcuni congegni tecnologici che possano limitarla come il “letto orchidea” o “la sedia colazionista”. Infine il rapporto fra realtà e fantasia, come in eXistenZ (1999), una dicotomia che qui viene apparentemente risolta appellandosi alla fisicità del corpo: nelle loro performances infatti Saul e Caprice sono spesso accompagnati dalla scritta “body is reality”, ma nonostante questa concreta affermazione in realtà i personaggi vivono in un mondo che non distingue più il reale dal virtuale e dall’arte stessa.

Tutto questo viene ancora una volta declinato in una messinscena connotata da location in cui sembra che “qualcuno ci sia vissuto dentro, ci abbia lavorato e sudato, vi abbia fatto l’amore o abbia depositato i propri escrementi corporei” riappropriandosi di quella “estetica della sporcizia”, come l’ha chiamata Gianni Canova, che connota da sempre lo stile del regista canadese. La recitazione però è naturalistica e consente a Viggo Mortensen (che ha già lavorato in diverse occasioni con David Cronenberg) di realizzare una interpretazione viva e pulsante, quella di un uomo e un artista scavato, che sente la necessità di “disegnare la mappa del caos interiore”, l’intenzione che forse lo porta a dissezionarsi pubblicamente, a provare il piacere di guardarsi e di essere guardato, proprio come succede al cinema, ma vivendolo come peccato sessuale. La frase viene però pronunciata da una monumentale Léa Seydoux che dà nuovamente prova delle sue straordinarie doti d’attrice, disegnando il profilo di una donna che, differentemente da molti dei personaggi che le ruotano attorno, sembra non temere di lasciar trapelare delle emozioni. Questo la porterà a cercare di conferire un significato profondo anche all’arte della quale si rende complice insieme a Saul, convinta che il senso insostenibile di vuoto del corpo fosse la causa scatenante ad averla portata a riempirlo in termini concettuali.

La sceneggiatura forse lascia in secondo piano il tema ecologista (comunque catalizzante), ma è capace di far trapelare i limiti dell’arte, dell’umano e della civiltà in generale attraverso una rappresentazione cinematografica che travalica i confini di genere e gli stilemi del postmoderno (dal quale il regista ha sempre pescato a piene mani).

Cronenberg si mostra al passo coi tempi, denuncia i risultati più infimi di un progresso percepito in un’accezione dal sapore leopardiano, ci avverte sulla pericolosità dei crimini del presente che, se compresi o evitati, potrebbero scongiurare i crimini del futuro.

Crimes of the Future non è un film per tutti e non solo per le scene estremamente perturbanti realizzate grazie anche ad un’effettistica dal sapore ancora artigianale (ma funzionale, a differenza di molta CGI che spesso fa cilecca, come nei recenti Thor: Love and Thunder o She Hulk: Attorney at Law) e in grado di rendere palpitanti le scene, le ambientazioni e i contesti, ma anche perché è un’opera estremamente complessa nelle premesse, nelle intenzioni e nei risultati, basata su un modo di fare cinema che necessita di una rinnovata esperienza spettatoriale.

In un mondo del cinema dominato esclusivamente da supereroi e stregoni scalda veramente il cuore vedere un film di tale fatta, una gemma incastonata “in un percorso autonomo nel panorama contemporaneo, rappresentando una ricerca continua dei limiti del visibile e una interrogazione razionale sulle meccaniche del desiderio in una società in cui l’innovazione tecnologica produce mutazioni patogene sul corpo e sulle sue capacità percettive” (Enciclopedia del cinema, a cura di Gianni Canova).

In un mondo dove regnano il pressapochismo e l’ignoranza (anche artistiche) c’è lui, David Cronenberg, ancora capace di fare un cinema “di testa”, un cinema disturbante che ci mette a nudo, un cinema che ci scandaglia nel profondo. Non ci dice tutto, non ci fornisce risposte complete ma ci mette in guardia su ciò che ci accade intorno.

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Jacopo Marconi

Collaboratore Massa Carrara News

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