Ridotto in una grotta, strabordante di radio, armadietti, suppellettili, munizioni, alla fine di una lunghissima gola, il generale fumava. La sigaretta, striminzita, si reggeva nelle labbra fini (i sigari li aveva seccati tutti in tre giorni).

“Ah, se solo mi avessero ascoltato, branco di dementi! Facile diventare capo di stato maggiore così! Se la sono filata tutti, Varius! E chiamali scemi! Ma adesso… Mi ascolteranno! Voglio vedere se non fanno quello che dico, ora che sono generale…”

Si voltò verso i generali di brigata.

“La situazione era chiara già da subito, signori, ma ora che ho fatto le dovute valutazioni, mi è chiara due volte di più. Se avanziamo, quelli ci falciano! Se spariamo, quelli ci falciano. L’ordine è: fermi! Non puntate un fucile che sia uno!”

Cinque generali di brigata, laccati dalla testa ai piedi, belli e giovani, scattarono.

“Certo che è scomodo passarsi le informazioni di bocca in bocca!”

“Ma come gestirsela?!”

Chiosò l’uno il commento dell’altro…

“Come le fai funzionare le radio, qui?!” – echeggiò fra le pareti gocciolanti della gola.

Piazzatisi di fronte ai colonnelli, riferirono il comando. I dieci colonnelli, mangiati dalla vecchiaia come l’usura fa con un paio di stivali, arrivarono di fronte ai tenenti-colonnello e ripeterono all’unisono:

“Il generale ordina di muoversi!”

“Ma se ha detto il contrario!”-  spuntò uno in fondo.

“Ma taci! Che a forza di bombe, sei diventato più sordo di un carrista!” – sbottarono all’unisono.

I giovani tenenti-colonnello – in venti – sapevano che i colonnelli erano tutti rincitrulliti (tranne uno).

“Non muovetevi” – fecero ai maggiori.

I maggiori – erano più di cento – partirono in cinque. Nei dieci minuti di cammino verso il rigonfiamento dove si erano ammassati i capitani (e lì ci stavano morendo di fame), quei cinque si scannarono – trentenni forti, saldi, sporchi, arrabbiati – “col cazzo che finisco in un assedio, preferisco crepare!”

“Tu devi dire quel che ti hanno detto di dire!”.

I capitani sentirono dei colpi di pistola, diversi, prima di vederne arrivare solo due.

“Il generale ha detto di attaccare! Ora!”

Cinquemila capitani si riversarono fra cinquantamila uomini: l’enorme accampamento. Fra fucili, carri-armati, elicotteri, non ce ne fu uno di quei cinquemila che non corse a svegliare i cinquantamila. Finalmente uno dei due eserciti faceva qualcosa!

“Ma io avevo dato un ordine preciso!” pensò Varius Malamalgama, il generale, al sentire di quel crepitio inquietante di fucili, bombe, elicotteri, carri, là, dove l’ultima fetta rimasta dell’ultimo contingente sopravvissuto avrebbe dovuto starsene ferma e zitta.

“Maledetti idioti!”.

“Dite ai maggiori di tenere la linea e sparare tutti i colpi che hanno! Non battete in ritirata! Ora che siamo in questa marea di merda bisogna arginarla! Sfiancateli dove la gola si restringe!”

Di nuovo i generali di brigata, di nuovo i colonnelli, di nuovo i tenenti-colonnello.

I tenenti-colonnello si stupirono… Com’era che Varius Malamalgama aveva toppato? Non aveva toppato, per una volta i colonnelli avevano capito bene e avevano riferito l’ordine giusto, ma i tenenti-colonnello erano abituati a tradurre ogni cosa dicessero i colonnelli nel suo contrario. Anche se straniti, erano fedeli e riferirono, comunque convinti che Malamalgama avesse preso un granchio, di ritirarsi…

Anche i capitani avrebbero voluto fare il contrario, ma i due maggiori superstiti, quelli che avevano riferito il contrario di ciò che il generale aveva ordinato la prima volta, avevano visto com’era andata a fare di testa propria!

“Se così ha detto, bisogna ritirarsi!”

Nessuno aveva capito mai niente delle cose che diceva, in tutta la sua vita, chi lo aveva capito non era un signor nessuno, di solito era un signor qualcuno che avrebbe preso a odiarlo. Certo, quando era giovane parlava troppo velocemente, divenne vecchio, parlando troppo lentamente.

Quando iniziarono a sentire che diceva, manco a farlo a posta, diceva cose troppo giuste e nessuno aveva voglia di starlo ad ascoltare per sentirsi stupido.

Quando iniziò a dire cose stupide, per fingersi scemo, fu lì che lo presero per scemo per davvero e smisero di ascoltarlo… Macché dico! Smisero?! Mai avevano iniziato davvero!

Girava un aneddoto divertente su di lui: la prima volta che disse una parola – nulla di ché, il classico “mamma” da manuale – era di fronte a sua zia. Tutti scherzarono per anni sull’infedeltà di suo padre in paese.

Varius Malamalgama e le parole… Un rapporto strano… E pensare che anche quando tornò in paese e cercò di dire come andarono le cose – che lui voleva morire con loro, che lui non voleva fuggire e che tutti però capirono che c’era chi lo voleva vivo, che doveva essere messo in salvo, che lo costrinsero a fuggire e che, addirittura, due maggiori lo scortarono, facendolo fuggire a suon di spintonate (cercava di tornare dai suoi uomini), passando per le montagne, attraverso i monti e che così ritornò in patria – tutti annuivano sibilando un “sì, sì! Certo!” con un picco canzonatorio.

Raccontava al bar del paese, cercava di spiegare loro, che i due maggiori erano morti di stenti mentre lo spingevano verso la salvezza (spingevano in senso letterale). E avendoli visti morire… “che cosa facevo? Avevano dato la vita per salvare un vecchio?!” decise di salvarsi davvero e tornare.

La raccontava ogni giorno e ogni giorno la gente lo ascoltava e ogni giorno esordiva con “sì, sì, certo!” Ma nessuno osava andare oltre quel “sì, sì, certo!”, un po’ per compassione, un po’ per paura, un po’ per stanchezza.

Finché all’ennesima volta che aveva iniziato a ripetere quella storia, uno, dopo aver sbuffato – era al biliardo – si alzò dalla sua stecca e sotto la televisione che trasmetteva la partita di calcio sbottò:

“Oh Malamalgama! Ma ci stai zitto?! Son tutti morti, l’abbiam’ capito! Ora calmati, che intanto sei vivo!”.

Il Generale non ci stette: iniziò a sbraitare, a urlare: lui li voleva salvare tutti! Ma loro non lo avevano ascoltato!

“Buon per loro, che a sorbirsi un rompi-coglioni come te io mi sarei sparato prima di farmi uccidere dal nemico!” – urlò un altro vicino alle freccette.

C’è chi rise, c’è fece smorfie di disapprovazione… Varius fuori di sé iniziò a grondare frasi altisonanti, a spruzzare sentenze dalla bocca:

“Io sono un dio in mezzo a voi mortali, io sono il generale, io sono il giorno e la notte!”.

Il barista non si trattene:

“Menomale che sei arrivato allora, perché sennò non avrei saputo a che ora andare a dormire!”

Lì risero tutti, Varius tirò un urlo di rabbia e incazzato filò fuori dal bar. Mentre le foglie autunnali si rompevano sotto le suole dei suoi stivali, passo dopo passo sulla piazza, sentiva quelle risate scricchiolare sempre più piano.

Il generale Malamalgama, nella poltrona della sua stanzina, in quella casa in cui era nato, osservò la foto di sua madre tutta la sera… “E pensare che eri davvero simile a tua sorella!”.

Già, per una questione di sfortuna e di equivoci il mondo non aveva mai dato credito alle sue parole… Già, il problema era alla radice, erano le parole. Il problema erano le parole.

Le parole, “le parole” sussurrò.

E se, invece che comandare gli uomini, avesse comandato i termini? I verbi? Gli articoli? Pensava fissando la foto di sua zia (aveva spostato lo sguardo nel frattempo). Come fare? Come comandare a un’entità così eterea come il verbo, come le sillabe, come i suoni, i picchi e i ribassi di questa cosa strana che ci tambura in bocca, come comandare alla lingua quello che lui voleva? Ci sarebbe mai riuscito?

Dopo aver detto a voce bassa, fra sé e sé la parola “parole” iniziò il grande silenzio di Varius Malamalgama. Sotto gli alberi ingialliti di arancione e rosso e giallo, si aggirava per le strade senza aprire bocca, guardava i bambini rincorrersi senza proferir parola.

“Generale, sì, certo, generale perché nel particolare ti trovavi particolarmente male! Sono i dettagli che ti sono sempre sfuggiti, Varius!” – gli diceva sempre un giornalista-poetastro che sulla sua guerra aveva scritto fiumane di libri che nessuno apriva (marcivano come erano marciti prima di morire quei suoi vecchissimi colonnelli e che marcivano pure meglio, ora che erano a fare una composizione di ossa in quella gola da almeno dieci anni).

La tesi di quei libri era che Varius aveva sbagliato tutto, ma non di tanto, di poco. In tutto aveva fatto scelte quasi giuste, ma, appunto, quasi: per un dettaglio, tutte quelle scelte giuste divenivano improvvisamente sbagliate… Ecco, quel giornalista-poetastro continuava a canzonarlo sempre con la solita tiritera, era l’unico che gli rivolgeva parola dopo mesi, dopo quell’inverno e quella primavera dove Varius non aveva fiatato.
Continuò a non fiatare in estate. Il postino, il proprietario della ferramenta, l’arrotino si chiedevano che ci combinasse con quegli occhi spettrali che ti piazzava addosso, come a voler sbrigare cose con la tua anima che sapeva lui.

Varius intanto osservava, osservava come parlavano, chi? La gente! Come la tabaccaia apriva bocca – sboccata la apriva completamente, ma sorrideva con dolcezza – come apriva bocca il barista, come tamburellava la lingua nella sua bocca. Ci si concentrò un giorno su di lui.

Osservò con quale grazia quella lingua si puntava flessa sui denti per generare una “ti” o come sbattesse pesciosamente sul palato a roteare “erre” da tutte le parti. La parola “troppo” era una sequela di prodezze a pensarci bene e mentre pensava questo gli venne spontaneo fare analisi politiche sul potere che alcune lettere avevano…

Varius Malamalgama notò che di tutte le lettere, la più ostica da convincere era la “pi”, “troppo”, una doppia “pi”. La “pi” era una lettera facile da pronunciare, bastava serrare le labbra e poi farle esplodere di colpo per rilasciare l’aria e… ecco che “troppo” ha due “pi”. Già, la “pi” si faceva comandare poco, pensò, ed era agosto. Si faceva comandare poco, perché… Come convincere una lettera che sapeva di essere così facile da finire in bocca a qualcuno a eseguire gli ordini di qualcun altro?! Aveva un vantaggio tattico, sapeva di essere benvoluta, dai bambini ai vecchi. La “erre” era più semplice da traviare… La “erre” era precaria, era difficile da pronunciare! Sapeva di poter sparire dalla bocca di un parlante per prima e si sarebbe svenduta al potere dei suoi occhi con qualche occhiata ben assestata.

“Troppo fica, troppo bella, troppo tutto! Io la tabaccaia proprio me la farei troppo volentieri!” disse il barista mentre Varius Malamalgama lo fissava.

Era agosto e Varius in quel momento capì. Avrebbe convinto la “pi” per ultima. La “pi” una lettera Perfetta si sarebbe dovuta sentire accerchiata dalle altre, le altre avrebbero dovuto ruggirle contro di piegarsi al volere di Varius. E poi… convinte le lettere, si potevano convincere le sillabe, convinte le sillabe, gli spazi, i silenzi…
Varius tendeva con i suoi occhi comizi politici. Gli occhi di Varius iniziarono a incutere timore in quelle lettere che erano più fragili… Il suo silenzio continuava, la gente non se lo filava, ne era contenta mentre per le strade di paese l’autunno fioriva, i colori si spruzzavano sugli alberi e un anno di quel silenzio si compieva.

“Eccolo! Il grande generale!” – disse il giornalista-poetastro, storico disastrato, sempre incravattato, sempre con i suoi giornali sotto il braccio – “che entra nel bar!”.

Aveva chiosato l’ingresso del generale sotto la luce forte di un sole di ottobre e se ne sentiva contento. Il generale gli si piazzò davanti e lo osservò, come faceva da un anno, senza proferir parola.

“Mi dica, generale, perché tace? Non avrà mica paura che ci annoiamo se ci racconta i segreti di quella sua lauta pensione che percepisce?! Non vorrà mica pensare che potremmo trovare barbose le sue giornate da vecchio decrepito o così menzognere quelle sue altisonanti storie su…”

Gli occhi del generale lo fissavano… “su… su… sulla sua guerra, ecco, sulla guerra che avrebbe vinto se non fosse stato per questo e quello?!” – Il generale lo fissava.

Il barista sorrideva scuotendo la testa, il poeta-giornalastro chiedeva le attenzioni di tutti aprendo le braccia.

“Eh?! Generale?! Che fa?! Tace?! E perché?! Crede ci annoieremmo, se parlasse?!”

Tutti guardavano, Varius fissava…

“Generale! Ci dica! Ci dica una cosa! Ci dic…” – il giornalista si bloccò ancora, stavolta con più forza, sentì quelle sue parole ficcate in gola per mezzo secondo, buono… e poi… “Ma io chi sono?” Silenzio, tacque.

Il generale lo fissava, lui con le braccia aperte, si guardò in giro. Tutti avevano gli occhi puntati sulle parole che il giornalista-poetastro stava dicendo quando quello ripeté quasi stordito “ma io chi sono?!” e si rispose: “sono un coglione!”

Sgranò gli occhi. “Sono un gran coglione!” voleva urlare ma, altre lettere, altre sillabe, altre parole c’erano che… “sono così coglione, che se ci fosse la città dei coglioni, sarei il sindaco! Ma non per merito o demerito, no! Perché fra tutti i coglioni, no, perché da coglione quale sono, mi sarei impuntato per prendere la carica… quale sono… io sono… io…”

Spaventato si guardò in giro, riprese finalmente fiato, si accasciò stanco sul bancone. Il generale lo fissava… anche il bar lo fissava (e taceva)…

“Che cazzo stai dicendo, figliolo?!” – gli fece il barista.

“Io… io sono un coglione! Sì, perché… Ma io non sono un coglione!”

Riuscì per un attimo a urlare, riprendendo il controllo di tutto il suo apparato fonatorio, ma niente!, mentre Varius Malamalgama lo fissava quello riprese subito con “non osare contraddirmi!”

E allora il giornalista-poetastro chiese – “e contraddire chi?!”. Silenzio.

Varius gli lasciò il tempo di chiedere “che mi succede?!”

Ma subito gli mise in bocca: “come che mi succede… Succede che ora la storia la racconto io. Io sono il generale, il generale che si trova così bene nel particolare, particolarmente bene nel generale e nel particolare. Io sono il giorno e la notte! E ora vi mando tutti a dormire!”

Tutti che tacevano, generale compreso, tutti tranne il giornalista-poetastro che disse ancora: “e comando tutti, tutti voi!” e poi tacque. E il generale si girò.

Aveva ascoltato le parole di quegli idioti per un anno, le aveva convinte tutte, tutti i suoni, tutte le lettere, tutti gli aggettivi, tutto… Si voltò verso quello che un anno prima, aveva dato fuoco alle polveri della facezia.

“Sono un idiota anch’io? No, io sono il generale!” – disse con la sua birra in mano al tavolo da bigliardo dove quel povero minorato si piazzava sempre.

Il generale lo fissava. Un anno ad ascoltare parole, in silenzio, a capire come si impilavano, come diventavano frasi, partendo dall’intenzione, partendo dal tono, partendo dalla mente, ma lui non comandava la mente…

“Io sono il generale e il mio esercito sono i suoni e i silenzi. Sono il generale che comanda il verbo… e l’articolo e l’aggettivo e la bestemmia e” continuava a dire quel tipo con la birra in mano. “E vi racconterò cosa?! Cosa vi racconterò?!” – diceva Varius Malamalgama ormai vicino a lui, senza aprire bocca, diceva ogni cosa soltanto fissandolo, soltanto esistendo.

“Io racconterò ogni cosa” – fece tutto il bar!

Il barista si fece cadere in terra il bicchiere che aveva in mano e che stava per mettere a posto. “Racconterò di auto che si scontrano, di stelle che esplodono, di sesso e di amore, di armi e di alberi, di alveari e giochi politici, di…” e abbassò il tono di ognuno come a voler parlare sottovoce con un brusio controllato “di grandi esperienze vissute da sub nel mare profondo, vicino alla barriera corallina.”

Improvvisamente la gente del paese iniziò tutta a dire “racconterò di quella volta in cui la beccai a scopare con un altro!”

I bambini smisero di giocare a pallone e continuarono – “…di come mi incazzai, mentre la guardavo! Di come continuò lei, lui era così bravo!”.

Nella città più vicina non poterono che urlare – “Ma come, non mi amavi?! Ero io il tuo prediletto!”

Varius in quel bar rideva, mentre starnazzando di risate paonazze controllava le parole di quelli a venti chilometri di distanza che ormai, insieme ai bambini, insieme al bar, insieme a tutti finirono per controbattere “sarai stato il mio prediletto, ma amico mio, non di certo a letto!”

Varius quasi cadde in terra sbellicandosi e chiudendo gli occhi sentì nelle sue mani il potere di far dire a tutto il mondo, al di là di ogni barriera linguistica “che disdetta, anche lei mi ha tradito! Non mi rimane che andarmene mostrandole il dito! E mi chiedo, adesso, che tutte le vostre parole sono mie, cosa vi direte, voi, fra di voi, omuncoli piccoli, donnette infami, bambini infelici e stupidi, vecchi trogloditi e putridi, donne e uomini, tutti insieme… Vi direte vi amo? Vi direte vi odio? Cosa vi direte adesso che comando ogni singola vostra parola…”

Tutti i suoni che la mente umana poteva concepire, tutto quello che le dita potevano battere sulle tastiere, tutto quello che le bocche potevano dire, dalle urla fino alle lettere sgorgate sul foglio bianco, tutto era ormai sotto il suo controllo.

Il Generale Varius Malamalgama

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