Fu un casino. La stanza piena di omini e donnine si riempì di imprecazioni e risate che nascosero altre imprecazioni mentre mani sbatterono sulla fronte, mani sbatterono sulla faccia, mani sbatterono le une con le altre e teste che si scossero. Nella mano del presidente del comune, l’omino dietro la scrivania in plastica, stava una lettera inviata dalla regione. Aveva appena letto le seguenti parole di quella lettera, una nuova ordinanza regionale, giunta per posta pneumatica:

Di conseguenza, si ordina che: in tutto il comune di Zisif Levante, si disponga dei preparativi per adottare il nuovo assetto di accesso al servizio gratuito di scuola per la primissima e prima infanzia a tutte le famiglie, contando che, secondo l’ultima disposizione di martedì dodici marzo, tutti potranno accedere al servizio gratuito, pagato dai proventi stanziati dalla confederazione generale delle nazioni unite, se appartenenti a una famiglia con reddito, pari o inferiore, a milleseicento Buz.

C’erano altre otto righe fra commi, clausole e requisiti, ma gli omini e le donnine del comune spararono sentenze in massa già dopo quelle poche che avevano sentito e dopo aver sbattuto le mani e scosso le teste e sputato imprecazioni. Questi dovevano: prendere tutti i registri fatti e bruciarli (magari nel piazzale, fuori, sotto al comune), del resto, dovevano battere a macchina tutti i nuovi beneficiari dell’ordinanza regionale e da capo voleva dire da capo; per fare ciò, dovevano prima riprendere gli archivi dell’anagrafe, comparando nuovamente l’archivio anagrafe all’archivio fiscale, ma secondo il nuovo criterio dei mille e quattro invece che dei mille e due, come nell’ordinanza della settimana prima (per la quale avevano lavorato come cani per cinque giorni) e stilare una lista di tutte le famiglie con reddito (dichiarato) di mille e quattrocento Buz mensili; sincerarsi telefonata dopo telefonata (ai centri per l’impiego, ai centri di gestione fiscale, ai commercialisti, e per i casi più sospetti, alle famiglie stesse facendo un, assolutamente inutile ma formalmente per la legge necessario, quarto grado) che fossero effettivamente famiglie con mille e quattro al mese.

In fine, soddisfare le altre otto righe: il groviglio di commi, clausole e requisiti. Primo fra tutti i requisiti: “ci deve essere un criterio proporzionale, tale per cui, a famiglia più disagiata, viene data la scuola materna o l’asilo statale e a famiglia più abbiente la famiglia privata” aveva letto il presidente, con tutti gli omini e le donnine che si liquefecero in una calda, rimestata, ondata di insulti. Ovviamente il requisito era ben conosciuto e aveva un’altra clausola, altrettanto ben conosciuta, che diceva, con tanto di rimando, a una legge di tre anni prima, comma numero seicento ventuno, per la quale, essendo reddito inferiore ai duemila Buz, il reddito massimo previsto dall’ordinanza, per una questione di convenzioni con le materne e gli asili, purché privati, quasi nessuno avrebbe potuto accedere a tali istituti, purché privati, e, in carenza di scuole statali, sarebbe stato necessario un re-indirizzamento verso un altro comune (lo stato avrebbe ripagato la spesa in benzina, per la gioia dei benzinai, commentarono poi gli omini e le donnine del comune quando si lesse il presidente lesse la parte in cui si rimandava al comma seicento ventuno).

Solo questo requisito, nel pratico, voleva dire: sistemare tutte le famiglie a mano secondo il criterio proporzionale, ricollocare, chiamare gli istituti, chiamare gli altri comuni, imprecare perché gli altri comuni non rispondevano, farsi rispondere, imprecare perché gli altri comuni non hanno posto, sapendo già che almeno un venticinque per cento delle famiglie sarebbe stato ricollocato. La trafila per sopravvivere a quella settimana, perché la scadenza era a una settimana, nuovamente, dall’arrivo della posta pneumatica, sarebbe stata impossibile.

Tutti si levarono, coi loro caffè nei bicchieri di plastica e le loro cravatte grigie e le loro gonne grigio-scuro, dall’ufficio del presidente del comune e buttarono nei cestini una torre di plichi di documenti di nomi di beneficiari che erano tutti quei beneficiari che, secondo l’ordinanza precedente, stando nei limiti dei mille e duecento Buz mensili di reddito, avrebbero avuto l’asilo e la materna gratuiti. Rifare un plico con i nomi di quelli che stavano nei limiti dei mille e quattro ma sopra i mille e due era impossibile: una legge, famosissima, impediva di stilare documenti con documenti a sé stanti e un’altra ancora impediva di redigere documenti con nomi di cittadini non in ordine alfabetico. Dovevano davvero rifare tutto da capo, commentavano a più riprese chi uno, chi l’altro, senza poter aggiungere, quasi a mo’ di postilla, i nuovi dai mille e due ai mille e quattro, e chi si era visto si era visto. Presero a lavorare, con una consapevolezza, che stavolta, la regione l’avrebbe pagata. E sapevano anche come fare.


La linea dei monti è lontana, i pini la ritagliano, il granito spunta sporadico. Zizian tira fuori il sigaro marca Sher, lungo, grosso, banda d’orata nel mezzo. Gli occhi perplessi, la fronte corrucciata, ferma il sindaco.

“No, ma aspetta… Ma tu vuoi alzare il limite a mille e quattro ora? Ma scusa eh, ma se la settimana scorsa mi hai chiesto di abbassare a mille e due, e prima il limite per l’accesso gratuito alle scuole era mille e tre! Ora lo vuoi alzare?!” Gigdal ha due stivali di coccodrillo neri, ne è fiero: è un sindaco alla moda lui.

“Eh, sì! Ne ho parlato con un mio amico, uno che mi porta voti. Uno scappato di casa che sta alle case popolari in via Kavargun, qui… quelle là, guarda, quelle là, si vedono da qui … Le vedi? Eh, questo qui è un metalmeccanico che praticamente dirige duecento persone, una specie di capo di fabbrica a cui tutti, però, vogliono bene, anche se compare dichiarato come addetto specializzato di terzo livello, ma vabbe’… Quello lì mi ha portato, fra parenti, amici e soprattutto colleghi, centosettanta voti. Gente che non mi avrebbe mai, dico mai, votato. L’ho incontrato l’altra sera sotto al comune, dove ho l’ufficio, perché aveva sentito di voci secondo le quali avevo addirittura abbassato il limite dei niti gratis e lui lo voleva più alto invece, e infatti me ne voleva anche parlare, vabbe’. Lui prende sui mille e tre e cinquanta al mese e mi ha fatto una richiesta con due occhi lucidi, che, un poveraccio è un poveraccio e va aiutato, ma, va aiutato, soprattutto se ti porta voti!… E io, sai che c’è? Chi se ne frega se i soldi degli Stati Uniti li veicoliamo negli asili… Va bene così. Meglio il limite a mille e quattro che il limite a mille e tre o mille e due come volevo fare io.”  Zizian, il presidente della regione si gratta il volto: ha un volto lungo, due occhi sottili, il naso leggermente storto a sinistra nasconde un passato da pugile.

“Ma tu come mai hai abbassato a mille e due?” chiede a Gigdal.

“Perché… Praticamente, allora, ti faccio tutta la storia. Io volevo pigliare i soldi degli Stati Uniti, dalla banca centrale, che sono soldi nostri, che diamo in tasse, quindi i nostri soldi! Tutti patiti del dare per riavere indietro, così si fa passare tutto da chi ti deve ridare indietro i soldi, vabbe’… Bisogna farli passare per forza dalla banca centrale degli Stati Uniti, ‘sti quattrini maledetti, e poi riprenderceli, sennò non sono contenti. Vabbe’, questi soldini qui io li volevo prendere per sovvenzionare una piccola scuola privata che vuole aprire il cognato di mia cugina. Bravo lui eh, si è laureato in una delle facoltà migliori di Gurdiv, e ha fatto un master nella capitale alla Calibarg, un geniaccio. Solo che non se lo caga nessuno e questo poveraccio vuole usare le sue competenze in amministrazione e scienze politiche, non so cosa, per aprire una piccola scuola. Un istituto tecnico superiore, lo fa privato, così ci prende molta grana, ma se ha le borse di studio riesce ad aprirlo e far fruttare di più la cosa… Perché senza borse di studio, solo i ricchi e al momento, qui ci verrebbero solo i poveracci… Perché insomma, siamo a Zisif Levante mica a Gurdiv… Quindi, senza borse di studio non fa un cazzo di niente. Solo che io come comune non ho i soldi, è un progetto grosso, ci vuole tanta grana. Per questo avevo chiesto alla regione di abbassare il limite dei nidi gratis a mille e due, con tutti quei soldi della banca centrale, to’, aperto il progetto, stanziati i fondi, professori, tutto e pure le borse di studio. Tutti contenti, no?!”

“E ora i soldi per la sua scuola da dove li prendi?” Gigdal inizia a notare del fumo levarsi là, laggiù da dove erano venuti con il suo fuoristrada. Sta correndo una macchina, una decappottabile bianca che pare brillare sotto il sole primaverile, in mezzo ai pini, statici, serafici e verdi.

“E secondo te perché sono qui a rompere le palle a te e al magistrato? Eccolo lì, il signor giudice, arriva finalmente.” La Vidra duecento sei arriva inchiodando. Il fumo si agita tutto, scombussolato, anchilosato si riaddormenta per terra. Gigdal, il sindaco, cammina coi suoi stivali di coccodrillo fra le pozzanghere, fa bene attenzione a non metterci il piede. Il giudice scende, chiude la porta con dolcezza.

“Oh, ma questo gioiellino?” L’uomo ride, due pacche sulle spalle si danno giudice e sindaco. Lo sguardo del giudice inquadra il presidente della regione mentre dice:

“Una bomba! Una bomba! Allora, qual è la questione?! E perché non se ne può parlare al telefono?” Presidente della regione e giudice si scambiano occhiate mentre Gigdal parla. I due si conoscono di vista, i loro volti si riconoscono l’uno nell’archivio mnemonico dell’altro e tutti e due hanno un certo preciso rapporto scritto nella testa l’uno sull’altro. Magver, il giudice ha i capelli bianchi e lunghissimi, nonostante una stempiatura indecente.

“Io questa idea ce l’avevo da tempo. Un cavatore della zona, che scava il granito là, laggiù, mi aveva rotto le palle per almeno un annetto. Certo, era contro di me, ha sovvenzionato… Ah, non so se vi conoscete…”

“Il presidente della regione funiese non l’ho ancora conosciuto, quello nuovo. Piacere giudice Magver.” La stretta di mano non è convenzionale, si stanno studiando anche se stanno capendo che l’antipatia è ricambiata. Il sindaco sta notando la cosa adesso.

“Piacere davvero.” Dice Zivian con un sorriso tirato.

“Piacere. Conoscevo il suo predecessore molto bene, questo comune parrà un agglomerato di case popolari, ma qui fra cave di granito e mandrie si è un bello scalo, è uno degli scali ferroviari più importanti del nord… Non so se lo sa, piccoli ma nevralgici. Sono contento di vederla, perché insomma, in tre anni che è in carica non si è ancora presentato…”

Il sindaco è colto da un silenzio immobile: tanatosi. Si vorrebbe fingere morto da lì a fine serata, quando dovrà salutare Zivian dopo aver pasteggiato con del cinghiale al vino di Minlat.

“Non ho capito chi è lei, però. Cioè, giudice di?” Zivian pare non scomporsi, ma il sindaco sa che il presidente della regione è uno che se le lega al dito. Il presidente della regione continua a fumare il sigaro, l’odore forte è piacevole, quanto è spiacevole per il sindaco la sensazione di aver cannato giudice da portare all’incontro.

“Sono giudice presso il tribunale qui e amico di questo stronzo matricolato, sciupa femmine. So che eravate insieme all’università. Mi ha parlato molto bene di lei.” Un’altra nota dolente, che i tre sanno che è dolente, ma che né il sindaco Gigdal, né il presidente della regione vogliono affrontare.

“Sì, immagino. Gigdal faceva delle carneficine, è vero, e io ero lì a bucarmi il fegato dalla rabbia. Lui è diventato sindaco di questo agglomerato di case popolari e io presidente della regione: a ognuno un destino giusto, per il tipo di uomo che ha desiderato diventare.” Forse fare lo scemo con la sorella del giudice due settimane prima non era stata una buona idea, questo pensa Gigdal spostando i suoi occhi di pece, quegli affari neri che ti ficcava addosso quando voleva parlarti con quel sorriso spesso cinghialesco.

“Però siete ancora amiconi, no?” Chiede il giudice.

Silenzio, i tre stanno fra le pozzanghere, la terra e il granito. Il più alto è il giudice, il più robusto è il sindaco, quello della regione è di gran lunga il più elegante.

“Torniamo a noi, per favore. Questo qui, l’imprenditore del granito, ha sovvenzionato in campagna, due anni fa, quello con cui sono finito al ballottaggio, anche lui montagna, però lui era Ordine e Progresso, io lista civica. Insomma, ora, mi sta leccando il culo da un anno, quando ha capito che il suo candidato neanche si ricandida. Io alla sua proposta ci ho pensato e poi… Insomma, sono stato spinto da un’incombenza, come dicevo a lui, di carattere quasi famigliare, perché qui posso ottenere un finanziamento per una scuola privata che vuole aprire un mio amico di famiglia, che tra l’altro è un istituto tecnico per imparare a gestire e vendere il granito. Insomma, la storia è la seguente, voglio aprire una cava di granito qui, farci un giro di soldi che la metà basta e con quello che si prende il nostro amico industriale, fare la scuola per distributori e venditori di granito e io farmi un amico in più fra gli industriali.”

“E come pensi di fare? Cioè, siamo in riserva.” Scuote la testa Zivian, si rimette il sigaro in bocca. Il sindaco rimane a bocca aperta prima di dire, con sguardo basso:

“Serve un’ordinanza regionale per la quale si dice che qui è zona estrattiva nonostante i divieti, una manfrina gigantesca, ma si può fare. Letteralmente un buco nella legislazione: qui la legislazione, in questo appezzamento di terra, non vale. Si può. Vi dico che si può. L’ordinanza della regione la deve convalidare un tribunale, la devi approvare tu Magver. E tu Zivian mi devi fare l’ordinanza. Il problema sono i tempi! Ce la facciamo nel giro di un anno a fare ‘sta manfrina? Io fra un anno e mezzo sono di nuovo in elezione. Se ho questo imprenditore dalla mia parte, ho la candidatura assicurata e un’altra pacchia per cinque anni.” Il sindaco sorride. I suoi stivali di coccodrillo risplendono al sole, ma alla fine, c’è da dirlo, sono tutti e tre ben vestiti.


Tutti gli ometti e le donnette della regione urlarono con gli occhi fuori dalle orbite. Il presidente dell’ufficio dei comuni di Funia Nord-Ovest aveva appena ricevuto alle sei e mezza di sera tutti i plichi per ufficializzare in regione l’ordinanza da mille e quattro. Secondo le loro stime, lavorando come cani, avrebbero dovuto consegnare due giorni prima, e infatti, gli ometti e le donnette nell’ufficio, fra caffè nei bicchieri di carta, le cravatte gialle e le gonne nere, commentarono che era evidente che l’avevano fatta a posta. Questi, anche stando in panciolle, come facevano spesso, commentavano gli ometti e le donnette – pur dovendo lavorare come cani per consegnare in tempo, si dimenticavano gli ometti e le donnette – non è che ci avrebbero mai potuto mettere tutto quel tempo. L’ordinanza doveva entrare in vigore il giorno lavorativo successivo, per forza, se non consegnavano era un problema loro – loro sarebbero stati ripresi dall’ufficio centrale per negligenza – e però, adesso, toccava a loro sbrigare la cosa: perché la proposta fosse valida, dovevano reinserire a mano tutti i dati raccolti, controllare che fossero giusti, controllare che i collocamenti fossero corretti, chiamando famiglie, commercialisti, asili, materne e comuni esterni al comune di Zisif Levante, e avrebbero dovuto dare il via. Ma, avendo ricevuto il documento alle sei e mezzo avrebbero dovuto lavorare perché nel giorno lavorativo successivo fosse tutto in regola. Il che voleva dire: stare sabato e domenica a lavorare, perché lunedì fosse tutto pronto per entrare in moto. Il che voleva dire, straordinari non pagati, perché gli uffici sarebbero rimasti chiusi e avrebbero pure dovuto lavorare da casa. Cosa che significava, in ultimo, che quella mezz’ora lì, in cui erano tutti più o meno belli tranquilli e sereni, si sarebbero dovuti sbrigare a portare via, di corsa l’intera documentazione che era negli uffici, caricarla in macchina e filare a casa, facendo bene attenzione a non perdere nulla: perdere un documento ufficiale, vorrebbe dire entrare nel penale. Era evidente che l’avevano fatta a posta anche proprio, quindi, per l’orario. Preparare una proroga per la data massima di entrata in vigore dell’ordinanza, in quella situazione, avrebbe richiesto fra scrittura, consegna, approvazione in regione almeno tre ore. Loro avevano inviato tutto venti minuti prima, per posta automatica, per scongiurare anche questa possibilità.

Ma il presidente della regione seppe perfettamente come risolvere la questione in tempo brevissimo, bastò scrivere una lettera per posta pneumatica dove scriveva un piccolo comma alla nuova ordinanza. Disse che voleva fare e gli ometti e donnette della regione risero, per poi applaudire.


Il giudice tira un sospiro di sollievo, finalmente ha risposto.

“Buonasera Zivian, come sta? La chiamo dal tribunale, sono Magver.”

“Giudice! Buonasera, mi ha chiamato per due giorni, cosa vuole dirmi? Cosa c’è?” Il giudice schiocca la lingua: tiene la cornetta nera con tre dita. Sta cercando di mantenere una sorta di calma ed è molto bravo in questo.

“Io e il sindaco vogliamo capire come mai questo cambio di rotta radicale.” La sua scrivania è in mogano nero, l’ha comprata da un venditore di Rudga, se ne era innamorato a prima vista.

“E perché? Cosa ve ne frega a voi? Comunque non se ne può parlare al telefono, sono cose private queste e non voglio che le questioni fra me e quel buco di granito che è mia moglie se le sentano gli amici della guardia di finanza o chicchessia. Quindi chiudo qui.” Il giudice Magver tocca la scrivania con il dito. La lucida lui ogni tanto, per lui è un feticcio.

“Guardi che il sindaco è abbastanza incazzato e il sindaco è un suo amico. Ed è nel suo partito. Siete tutti e due montagna. La pianura però sta facendo di tutto per farsi bella eh, sia qui al Nord che al Sud della regione. La campagna la cominciano ora, mentre voi dormite. E il sindaco, sarà anche di Zisif Levante, e sicuramente, come so che pensa, Zisif Levante è un comune piccolo e in culo ai lupi. Ma il sindaco, glielo ricordo, non è affatto uno piccolo e in culo ai lupi. Gli omini e gli ometti stanno a lavorare a ferri e ferretti come diceva mia nonna. Si dia una regolata perché una spaccatura nel partito non serve neanche a lei. Ora, io tutte queste paranoie non le capisco, stiamo facendo tutto nel legale, quindi si può parlare di tutto e di tutti senza stupidi nomi in codice e senza allusioni varie: parli di cava e non di moglie senza remore… Detto ciò: vogliamo sapere (e la chiamo io perché al sindaco non vuole rispondere e lui non ha neanche troppo tempo per chiamarla) perché ha deciso di punto in bianco di non scrivere l’ordinanza e ripudiare questo grande e bel progetto che darebbe lavoro a tanti di noi di Levante.” Silenzio. L’altro dall’altra parte si sta accendendo un sigaro, il giudice sente il rumore fuoco svampare, sparire. Zivian dà una tirata.

“A me state sul cazzo voi, il sindaco e lei. Siete della montagna solo di partito, poi siete degli abbietti, dei poveri dementi. Mi sono rotto i coglioni. Il suo amico sindaco è venuto da me, la settimana scorsa e si è messo a fare l’idiota con mia figlia.” Il giudice ride, pensa dentro di sé: ma come è possibile che tu sia diventato sindaco, Moverez Gigdal?! Come?!

“Ma lei scambia il personale con gli affari? Mi scusi.” Un’altra tirata di quel sigaro Sher, a sentirlo fumare a Zivian viene quasi voglia di comprarsene uno.

“A me, questo affare, non faceva impazzire già da subito.”

“A me lei sembrava entusiasta.”

“Ascolti, non siamo partiti bene noi due, neanche al telefono ci siamo stati simpatici in quelle poche conversazioni che ci siamo fatti. Ma le faccio un regalo che da parte di un politico è oro: la mia onestà. Io sono venuto perché lui mi ha chiesto di venire per due mesi. Non eravamo neanche troppo amici all’università, lui era un demente e io uno a posto e alla fine mi sono incuriosito. Che cazzo vuole questo?! Me lo sono chiesto e mi sono tolto il dubbio di sapere che cazzo fosse questo progetto qui… Due settimane fa si è atteggiato come se fossimo tutti grandi amici, amiconi, ma non è vero un cazzo. Detto questo, sia ben chiaro, a me questo progetto fa-”

“E però lei mi deve dire perché non le piace.” Lo interrompe il giudice Magver come a volergli spegnere quel bel sigaro ficcandoglielo in bocca.

“Voi non potete buttarmi una bomba del genere fra i coglioni! Questo è! Se si scopre questa cosa, che abbiamo fatto un buco nella legislazione per aprire una cava in una riserva naturale, le associazioni ambientaliste, che sono culo e camicia con la pianura e lo sappiamo, vengono da noi, della montagna, e ci montano su un casino che, a me, me ne frega il giusto, perché qui, da me, a Fuziarì, e in tutta la Fuzia, che ce ne frega? Cosa gliene frega al giornalaio, al carpentiere, al marinaio del sud della Fuzia di voi e delle vostre cazzo di cave, ma da voi, non vi rieleggono più…” Magver scuote la testa, scrosta con il dito quello che gli pare una macchia sulla sua scrivania di mogano.

“E invece ci rieleggono due volte di più, perché qui, le associazioni ambientaliste, sono viste male. Perché qui di gente che vota pianura non ce n’è e se ce n’è spesso si becca una fucilata, quindi emigra e fa bene a emigrare. Qui, o cavatori o mandriani. Alla gente qui piace lavorare. Si fidi, è un bel progetto. Sarebbero tutti esaltati per questa cosa. Faccia questa stramaledetta ordinanza, non rompa le palle, a cazziare il sindaco per le sue marachelle ci penso io. Un mese fa ha toccato le tette a una mia cara amica… Lasci stare, qui, l’unica persona che deve odiarlo è quella povera scappata di casa che se l’è sposato.” Dall’altra parte Zivian ride, poi tira di nuovo il sigaro.

“Non lo so, ci devo pensare, comunque, sì, Gigdal è un idiota. Glielo dica. Vado, a risentirla.”

Chiusa la comunicazione, Magver digita sul tastierino circolare i numeri per chiamare subito il sindaco. Ha fatto cambiare da poco le tende, sono bianche, riflettono la luce che gli passa sui capelli bianchi e gli illumina la stempiatura. In primavera il sole è forte anche alle sei.

“Ma ci hai provato con la figlia del capo regionale?! Ma sei deficiente?!”

“Ma se è lei che ci ha provato con me.” Magver si mette a ridere, ma è incazzato.

“Sì, te che hai quasi sessant’anni. Poi immagino come è andata, non mi prendere per il culo. Quanti anni ha lei?”

“Ma che ti importa.” Si prende un secondo per rispondere poi azzanna:

“Boh, è per capire se la regione ci odia ed è cordialmente ricambiata o sei tu che sei deficiente! Comunque almeno mi ha risposto. Ci credo che vuoi che lo chiami io, cretino di uno scemo di merda.” Mette la cornetta sul ricevitore. Guarda la sua scrivania, a volte, pensa, come in quel momento, che mobilio e tende e tappeti, per lo meno del suo studio, siano la sua unica soddisfazione.


Quelli del comune rimasero qualche secondo in silenzio, solo alcuni risero, altri si chiesero perché fare così i bambini, altri ancora dicevano che lo avevano detto che non bisognava farli incazzare, altri ancora inveivano.

“Si comunica, dunque, che: all’ordinanza precedentemente inviata al limite massimo di reddito mensile dei beneficiari per il servizio gratuito presso gli istituti di prima e primissima infanzia va aggiunto una maggiorazione di novantotto Buz, con un nuovo limite, dunque, che arriva a mille e quattrocento novantotto Buz. Questo in conseguenza della nuova indagine del centro statale sulla condizione delle famiglie dopo la crisi del duemila due e l’attuale regime inflazionistico derivatone e sviluppatosi negli ultimi quindici anni.”

Buttarono nei cestini tutti i plichi che pensavano di dover applicare, stavolta la scadenza non era da lì a cinque giorni ma da lì a tre giorni, per via dello slittamento dell’entrata in vigore dell’ordinanza. Fra i bicchieri di plastica, le cravatte grigie e le gonne di grigio-scuro, tutti si chiesero come avrebbero fatto mentre il presidente del comune, senza comunicarlo, aveva pensato a una maniera per farla pagare alla regione. Un’idea ce l’aveva.


“Qual è adesso il problema?” Dice il presidente della regione, è al suo telefono di casa: enormi marmi bianchi corrono su per enormi volte nella sua villa in centro. Fuori il fiume scorre con una placidità quasi vergognosa, data la frenesia circostante della metropoli: non se ne cura minimamente.

“Ti sono grato per aver scritto l’ordinanza, Magver ti ha parlato, vi siete chiariti. Ora ti ha richiamato e hai di nuovo cambiato idea: non ci vuoi aiutare! E però, cazzo, non puoi fare così. Hai detto al giudice che avrei dovuto chiederti io di riscrivere l’ordinanza. Vuoi che te lo chieda io e te lo chiedo. Quindi, come ti ha già chiesto Magver e come ti richiedo io: quel cretino dell’imprenditore si vuole prendere altri due ettari di roba che non sono segnati nell’ordinanza per come l’hai scritta. Praticamente, metà della cava che vuole è rimasta riserva.”

“Ah, io non te la modifico.” Il sindaco inchioda sul suo fuoristrada. Sta chiamando da lì, con l’enorme telefono all’orecchio: una cornetta collegata a un cassone squadrato che tiene disordinatamente sul sedile del passeggero. Il telefono è marca Buvid.

“Cioè, tu hai chiesto al giudice di farti chiamare da me, per mandarmi a fanculo?” La polvere si abbassa dopo l’inchiodata.

“Mi sono rotto il cazzo. Non è un problema mio. Che me lo chieda di nuovo il giudice Magver, che ti devo dire. Lui ha preso a starmi simpatico alla fine, lo ammetto. Comunque è già tanto se mia figlia non sporge denuncia, sappilo. Io pensavo ci avessi solo provato, ma ora mi ha raccontato meglio la cosa. Sono contento di aver scritto male il perimetro nell’ordinanza, le coordinate, i cazzi e i mazzi. Godo. Godo. Cioè, tu le hai messo le mani in mezzo alle cosce. Ha ventidue anni, lurido porco schifoso.” Il sindaco sbatte la testa sul poggiatesta dell’auto, ripetutamente, il telefono all’orecchio. Urla. L’altro ride.

“Che colpa ne ho se tua moglie alla fine ha scelto te e tu tua figlia l’hai fatta troppo tardi?! Potevi farla prima, no?! Pezzo di stronzo!”

“Oh, ricordati che l’ordinanza l’ho scritta io. E io ve lo pianto in culo!”

“Sì, l’hai scritta e ora ce l’abbiamo, ci pianti in culo un bel cazzo di niente. Che vada in culo l’imprenditore là, lo cambio, ne trovo un altro. Tanto io lo facevo per la scuola. Fanculo voi della regione e quella cava di merda di granito.” Il sindaco sbatte la cornetta per terra. Urla di nuovo e scende dal fuoristrada. La linea dei monti è seghettata dai pini.


Quelli della regione non credettero alle loro orecchie. Fra bicchieri di carta, cravatte gialle e lunge gonne rosse, si dissero che al comune aveva dato di volta al cervello. Davvero avevano dato loro un motivo per chiamare quelli dell’ufficio centrale? Chi se la perdeva questa! Il presidente deputò una delle donnette che chiese a uno degli ometti, usciti fuori da quella riunione estemporanea, di sbrigare la cosa. L’ometto lo chiese a un altro ometto che non lo fece subito ma se lo ricordò la sera, prima di uscire, chiedendo così a una donnetta della regione – lui doveva fuggire dieci minuti prima via da lavoro – di sbrigare la cosa per lui: era la donnetta a cui il presidente aveva chiesto inizialmente di fare la telefonata. Insomma, la mattina dopo un altro collega della donnetta chiamò l’ufficio centrale, quando lei si ricordò che effettivamente la sera prima non l’aveva fatto. Quello dell’ufficio centrale rimase stupito: questi nella lettera di presentazione dei documenti avevano comunicato che il limite massimo che avevano adottato come criterio per la cernita delle famiglie era mille e cinquecento Buz, quando la richiesta regionale, postilla alla prima ordinanza, era mille e quattrocento novantotto Buz. Non era grossolano come errore, ma era un errore, e sulle ordinanze regionali non si scherza, soprattutto se riguardano piccoli comuni del Nord-Ovest.

Due dell’ufficio centrale, partirono con le valigette e i loro pranzi al sacco dalla capitale Miverd, tagliarono con il treno per nord, scesero con un pulman a Sud, per riprendere un treno che andava a Nord ancora ma che non potevano prendere per problemi con la linea, se non, prendendo prima il pulman e dopo otto ore arrivarono al comune: nel frattempo il treno si era fermato per un suicidio. Era notte, pernottarono lì, facendo spendere soldi di straordinari e di hotel allo stato, commentarono a cena, per metà, pagata dallo stato. Ecco che, la mattina dopo, arrivarono al comune.

I due commissari dell’ufficio centrale parlarono agli omini e alle donnine dell’ufficio comunale, parlando di multe, sanzioni, sparando sentenze sul loro lavoro, sul fatto che se si lavora, si lavora per lo stato e che gli statali sono sempre mal visti proprio per colpa di persone come loro che non fanno una beata minchia dalla mattina alla sera, urlò uno dei due. Tutti, fra i loro bicchieri di plastica, le cravatte grigie e le gonne grigio scuro, rimasero fermi, tutti un po’ stanchi ma sorridenti. Il presidente del comune si avvicinò, chiese delucidazioni. Capito l’inghippo spiegò che la colpa era di quelli della regione: loro nella lettera di presentazione avevano scritto mille e cinquecento, ma nei plichi con i nomi di tutti i beneficiari, alla fine di ogni foglio, c’era scritto, in piccolo, in basso, che mille e cinquecento era un’approssimazione che loro avevano adottato. Il criterio adottato in pratica era rimasto quello dei mille e quattro e novantotto, ma nella presentazione del documento avevano scritto mille e cinque per risparmiare caratteri: ricordò che proprio loro, dell’ufficio centrale, avevano chiesto di usare meno inchiostro possibile. Mille e cinque richiede meno caratteri e quindi meno inchiostro delle macchine da scrivere per redigere i documenti di mille e quattro e novantotto. Chiese se convenivano e loro convennero con lui (avevano capito benissimo tutti e due la dinamica, una elegantissima ripicca, e non potevano che sorridere di quella geniale beffa architettata dal presidente del comune.) Con grande maestria, il presidente del comune chiuse dicendo che si scusavano per questo stupido incidente e che si scusava soprattutto perché in effetti aveva sospettato che quelli della regione neanche avrebbero letto quella clausola in fondo ai documenti, la sua paura era appunto che, scrivendo nella presentazione della lista che il limite imposto a mille e cinque era quello che avevano adottato, nessuno si sarebbe filato di striscio i documenti dove dicevano che era solo un’approssimazione per eccesso, più che legittima, e però, ci teneva così tanto a risparmiare caratteri, che aveva evitato di specificarlo. Si scusò e si scusò ancora e tutti si chiedevano, commissari dell’ufficio centrale compresi, come riuscisse a non scoppiare a ridere.


“Il punto è che l’imprenditore aveva ragione, cioè, quei due ettari in più che il cretino del tuo amico in regione non ha calcolato, sono necessari, perché tu mi stai tagliando fuori tutta una serie di robe varie che sono succulente per un cavatore. Un cavatore non aprirà mai un fronte di cava qui, a queste condizioni. È impossibile.” Il sindaco si mette le mani nei capelli. Ce li ha biondi. Gli occhi neri squadrano la scrivania in mogano del giudice.

“Che posso fare? Qual è l’unica soluzione?” Il giudice ridacchia: vederlo in difficoltà in fondo gli piace, il sindaco non gli è mai stato simpatico.

“Devi costituire una cooperativa, convincere i mandriani a investire, perché loro non ci capiscono un cazzo di granito e convincerli che la spesa vale l’impresa.”

“Guarda che è il contrario. Che l’impresa valga la spesa” Il giudice scuote la testa, si è comprato un sigaro Sher anche lui, per fumarglielo di fronte agli occhi. Il sindaco lo osserva mentre se lo accende e se lo fuma. Lì non si potrebbe fumare.

“No, ho detto bene, Gigdal, perché qui, tu apri un fronte di cava, ti ci vogliono due milioni di Buz, con il granito che c’è che è pregiato… Sì, va bene, ci sta, dai, ci rientri e anche di molto, però il punto è che un cavatore capisce che tutto quello che non ti prendi, per come sono delineati i confini nell’ordinanza è una roba che fa gola. Il margine c’è, scavando bene in fondo, ma… Secondo me ti voleva fare un dispetto sin dall’inizio… Ha accettato ma ha fatto l’ordinanza su confini sbagliati a posta.”

“Mi ha detto male i confini il cavatore. Ho ancora la lettera, io ho fatto una copia esatta e l’ho subito spedita all’ufficio di Zivian.” Il giudice ride di gusto. Sa bene che il sindaco ne ha fatta una più dei lupi e ora i mandriani e cavatori se lo vogliono mangiare, aiutati dalla pianura con al seguito operai e sindacati. Quasi a un anno dalle elezioni è finito e se non si sbriga a fare un miracolo, sarà un martire della montagna, il primo a perdere contro un candidato della pianura, un’onta, da quelle parti che si ricorderanno. E il giudice, che è nel suo partito da una vita, sorride. Quell’uomo lo odia. Finisce di ridere e dà una tirata al sigaro.

“Questo cavatore, questo cavatore sì che è un idiota. Che storia assurda! Neanche gli imbrogli riusciamo a fare! E adesso? Io che l’approvo a fare l’ordinanza… Cioè, perché non contatti quel coniato e invece della scuola privata per aspiranti dirigenti di cava, non gli fai fare proprio la cava? Gli fai gestire la cooperativa e cerchi di convincerlo a portare gli allevatori a investire sul granito… Tanto lui si è laureato in quella roba lì, gestione, amministrazione, legge… No?”

“Sì, il cognato di mia cugina… Vabbe’, faremo così.” Il sindaco si alza dalla poltrona, non ce la fa più a vedere quelle tende bianche, quella scrivania di mogano, quel sigaro Sher fra le labbra sottili di Magver.


Mille e cinque non avevano potuto scriverlo, perché il presidente della regione aveva chiesto, su pressione del sindaco del comune di Zisif Levante, di aumentare a mille e quattro e non mille e cinque. Quindi mille e quattro e novantotto era uno dei numeri più alti a cui potevano aspirare, per modificare il più possibile l’ordinanza, senza sforare nei mille e cinque e contravvenire al volere del presidente.

I due commissari però li avevano fatti tutti a pezzi quelli della regione, assegnando a tutti loro, addetti alla gestione dei comuni di Funia Nord-Ovest, sanzioni pecuniarie che lo stato avrebbe ottenuto scalando l’importo dal successivo stipendio. Avrebbero così ripagato l’inutile viaggio dei due verso Zisif Levante e il loro ritorno verso la capitale, con tanto di scalo al capoluogo regionale per cazziare loro e informarli della decisione dell’ufficio centrale della multa, duecento cinquantatré Buz cadauno. Ora che la questione era risolta, toccava loro, oltretutto, nel giro di due giorni validare a livello regionale i documenti che quelli del comune avevano inviato con limite a mille e quattro e novantotto, indagando sull’effettiva giustizia dei criteri di selezione, torchiando da istituti a famiglie chiunque fosse torchiabile. Oppure, potevano benissimo chiedere un’altra modifica: avevano calcolato male, novantotto era una cifra troppo alta, con l’inflazione dell’ultimo anno era più corretto richiedere un limite a mille e quattro e settantadue. Inviarono la richiesta.


“Senti, il cognato di mia cugina lo becco la prossima settimana. Ma tu dici, che è una buona idea?” Il giudice annuisce con la cornetta sull’orecchio. Vuole morirci di fronte a quella scrivania, questo è quello che dicono tutti di lui e lui giorno dopo giorno ne è convinto. La adora ed è lì.

“E ora che ci facciamo sennò con questa ordinanza? Cioè, tutta questa rottura di coglioni, per niente?” Dice. Il sindaco sospira.

“Vabbe’, dai. Boh, mi pare tutto così… Insensato.”

“Lo è, il punto è tirare a campare. No?” Sindaco e giudice tacciono. L’uno si immagina l’altro: il giudice immagina il sindaco annuire, sul cesso, mentre è al telefono con quell’enorme trabiccolo radio che si porta sempre in macchina per parlare con chissà chi; il sindaco si immagina il giudice di fronte alla scrivania, dietro la quale morirà un giorno.

“Signor giudice, io non ce la faccio più: troppe questioni che mi risucchiano l’anima. Mi sto dimenticando di tutto, tutto mi sta sfuggendo di mano, ci sono proposte mie, di due mesi fa, che si discutono e che io non mi ricordo di aver fatto, tanto sono fuso. Cerco di fare qualcosa coi miei uomini ma sono tutti contro tutti. La giunta mi si sta rivoltando contro.”

“E perché ti sfoghi con me?” Silenzio.

“Tirare a campare, forse?”

“Dopo che ci hai provato con mia sorella, ubriaco, a quella festa di beneficienza, di fronte a mio cognato?” Silenzio, il sindaco, sul cesso, sorride, ma vorrebbe attaccargli in faccia.


Passò una settimana e tutti quelli del comune tornarono a casa stremati, sapendo che ormai era l’inizio di un calvario. In quella settimana avevano inviato per tempo due volte la nuova documentazione. La prima volta sperando che inviando presto avrebbero chiesto, in questo modo, implicitamente pietà. La seconda volta, quando videro una nuova modifica, mille e quattro e settantasei, ecco che si sbrigarono ancora di più. Dovevano e volevano chiedere pietà. Tornavano a casa gli omini e le donnine scuotendo tutti la testa e si immaginavano quelli della regione a non fare niente.

A differenza di quelli del comune non lavoravano come cani, bisogna dirlo, ma erano in pochi fra gli ometti e le donnette della regione a non fare niente così come sospettavano i comunali. C’erano certo giorni di pacchia, ma anche loro avevano il loro da fare e, per quanto a volte lavorassero con una certa flemma, c’era da dire che erano più le volte in cui correvano a destra e a manca, di quanto ve ne fossero in cui stavano in panciolle. E, ad ammetterlo, a volte si concedevano la flemma solo per cose di poco conto, come il comune di Zisif Levante, che là, sperduto ai limiti nord-orientali della provincia, nessuno si filava davvero.

Se c’era qualcosa che accumunava regione e comune era l’accusarsi vicendevolmente e internamente di non fare niente. Tutti lavoravano, tutti sgobbavano, ma c’era sempre qualcuno che faceva di meno. E però, effettivamente c’era chi faceva di meno. I giovani, nuovi eletti allo splendido mondo degli statali, solidi, giovinastri con la laurea in mano si credevano sempre chissà chi e quindi il culo dalla poltrona lo alzavano mal volentieri quando si dovevano spostare e ce lo poggiavano altrettanto mal volentieri quando si dovevano sedere a lavorare. E così, la vecchia guardia, cosa si doveva dire di loro, se non che ne conoscevano una più del capo per non aprire un fascicolo che fosse uno e che vecchi e rincitrulliti sapevano bene come fingersi rincitrulliti per far pena perché loro erano vecchi (e in realtà molto furbi)? Tutti, ometti e omini, donnette e donnine, accusavano tutti, regionali e comunali. Ma ancora di più: gli ometti e le donnette della regione accusavano gli omini e le donnine del comune. Su questo astio si basò questo rimpallo di doveri, oneri, clausole, commi, ordinanze che si impilarono su altre ordinanze e settimane buttate a riscrivere sempre la solita ordinanza. Questo senza che nessuno controllasse niente, senza che la regione, l’ufficio addetto ai comuni del Nord-Ovest, quietasse la sua sete di vendetta e lavoro inutile (perché tale era, era lavoro inutile, commentavano stremati comunali e con una certa sufficienza quelli della regione) e senza, soprattutto, che quelli del comune denunciassero nulla. Nessuno osava muovere un dito, consapevoli che dovevano solo aspettare che in regione si calmassero le acque. Quell’odio doveva spegnersi da solo, un intervento statale sarebbe stata la macchia di sangue sul vestito della sposa o così recitava un vecchio detto che la nonna del presidente del comune ripeteva sempre quando gli chiedevano, a più voci, i suoi omini e le sue donnine, di fare qualcosa. Riuscì a trovare una soluzione, ma sarebbe stata una via del tutto esterna a qualsiasi richiesta, formale. Avrebbe chiesto al sindaco di parlare al presidente della regione perché risolvesse in sordina la cosa e li costringesse a un approccio umano e regolare al lavoro che loro stessi, in comune, svolgevano. Era una maniera poco regolare di risolverla, secondo lui, illegale, addirittura, secondo la sua maniera di concepire una pace, che doveva avvenire, sempre secondo lui, attraverso un ufficiale ristabilimento dell’ordine, ma, del resto, concluse, se la convivenza non era possibile, avrebbe dovuto optare per la connivenza.

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Time-lapse a cura di Anja Aurora Mazza


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