Il film dei Daniels ha sbancato, come previsto, agli Oscar 2023 ed ora è distribuito nuovamente in sala. Ma cosa c’è di così innovativo nel film tanto amato da pubblico e Academy?

Daniel Kwan e Daniel Scheinert hanno all’attivo vari cortometraggi, una carriera nella serialità televisiva e due lungometraggi: Swiss Army Man (2016) e The death of Dick Kong (2019). Si può dunque asserire con certezza che prima di Everything Everywhere Alla at Once (da questo momento in poi EEAAO) i due registi oggi noti come I Daniels non fossero conosciuti dal grande pubblico nonostante vantassero già uno stile ben riconoscibile fin da Swiss Army Man.

Nel 2022 la rivelazione: esce al cinema EEAAO con un cast che è già tutto un programma poetico delle intenzioni del film. I Daniels amalgamano una veterana del cinema sulle arti marziali (Michelle Yeoh) con un’icona dell’horror (la Lady Halloween Jamie Lee Curtis), aggiungono il (precocissimo) divo anni Ottanta sparito per quasi mezzo secolo (Ke Huy-Quan) e una giovane attrice portento dell’Off Theatre (Stephanie Hsu) e li catapultano in un film fuori di testa, eccessivo, grottesco, surreale, impostato sull’idea di Multiverso già cara ai film Marvel.

Evelyn (Michelle Yeoh) è la proprietaria di una lavanderia a gettoni stanca e pressata dalle incombenze della vita, con un marito tanto buono e gentile che pure non riesce più a sopportare la sua straripante personalità (Ke Huy-Quan) e una figlia sempre più distaccata e perennemente in conflitto con lei, da ultimo per la sua sessualità (Stephanie Hsu). Quando sembra che la situazione stia per precipitare, ad Evelyn viene data la possibilità di viaggiare nel multiverso delle versioni migliori di sé stessa, cioè in tutti quei mondi del “se avessi fatto” o “se potessi essere”, un universo di scambievoli probabilità statistiche che alternano varianti di Evelyn più o meno realizzate nella loro vita. Ma qual è il segreto della vera felicità? Evelyn lo scoprirà a sue spese solo alla fine, dopo aver combattuto una grave minaccia per l’intero multiverso, arrivando a capire che l’unica vita degna di essere vissuta era la sua.

Il film esce al cinema ma in Italia non riscuote il successo dell’estero e la critica nostrana lo saluta freddamente: Gianni Canova non ne parla su WeLoveCinema.It (la sua recensione è arrivata solo post – Oscar), Steve della Casa lo definisce una truffa, Fabio Ferzetti pensa che la scelta apparentemente inclusiva dell’Academy di assegnare il Miglior Film a EEAAO celi in realtà un radicato sentimento reazionario, Paolo Mereghetti lo definisce un assolo di Michelle Yeoh, “un videogame che parla solo ai più giovani”.

Non sono interventi fuori dal tempo, perché effettivamente il film dei Daniels è dovuto uscire ben tre volte al cinema prima di attirare l’attenzione almeno qui da noi e solo ora, dopo la vittoria agli Oscar, sembra stia ottenendo risultati discreti al Box Office.

Come mai questo ritardo? All’estero hanno capito tutto del film dei Daniels mentre noi italiani rimaniamo troppo intellettuali per farci piacere un’opera che, seppur con un linguaggio e uno stile l’uno complesso l’altro eccessivo, vuol far passare un messaggio tanto semplice, quasi pauperistico?

Penso che la verità sia un’altra. Penso che gli italiani nel loro non capire l’operazione dei Daniels abbiano invece ben svelato la mitologia del film. Un film notevole, sicuramente un oggetto filmico inedito, qualcosa che non si era mai visto al cinema, e pur tuttavia colmo di sovrastrutture e di piani studiati ad hoc per catturare un pubblico (certamente la fascia più giovane) che ormai è totalmente digiuno di Cinema con la c maiuscola.

A questo punto è indifferente che nel cast ci siano due delle star più notevoli della loro generazione (dubito infatti che qualche giovanissimo abbia visto Yeoh in La tigre e il dragone, A. Lee, 2000 o banalmente Lee Curtis in Halloween, J. Carpenter, 1978) né che il film proponga tematiche inclusive che tanto vanno per la maggiore. Piacerà invece lo stile volutamente rocaille, esuberante, sgargiante, policromo di cui fa sfoggio la regia dei Daniels, che pesca a piene mani dalla pop culture, dai fumetti, dai cinecomix, i videogames, etc.

Una regia onnivora che dà vita ad un film – oblò (come l’ha definito Gianni Canova) che trova corrispondenza nelle forme circolari, conchiuse, risolte e patinate della scenografia e degli oggetti di scena inquadrati da una MDP che sembra essersi fatta di eroina, condizione essenziale per raccontare una storia che attraversa tutti i generi, dall’action alla commedia all’horror al drama al biopic, centrifugando in un tripudio di camp le soluzioni immaginifiche al limite del parodistico che muovono la narrazione.

Impiegati statali che praticano il kung fu, sassi che si parlano in lande desolate, combattimenti a colpi di dildo, personaggi con mani a forma di hot-dog, strani oggetti immateriali a forma di bagel, sembra che il messaggio ultimo del film dei Daniels, al di là della narrazione contingente, sia quella di voler affermare la libertà di un cinema libero (mi si perdoni la ripetizione), un cinema che si muova senza freni inibitori per i territori sconfinati e illimitati dell’immaginazione, un’immaginazione vulcanica, tellurica, un albero della cuccagna della fantasia artistica dal quale tutti possono approvvigionarsi per dare concretezza alle proprie idee.

È una visione così ottimistica del cinema da parer quasi ingenua. Non so fino a che punto i due registi credano alla loro visione delle cose, ma sicuramente la mise en abyme di EEAAO colpisce per la perizia barocca, calligrafica, per il decorativismo a tratti metafisico che connota il loro modo di fare regia. Certamente un film di grande stile, ma che altro?

Ai posteri larga sentenza. Al cinema trovate il rutilante EEAAO, non perdetevelo e giudicate se sia stata corretta la decisione dell’Academy di assegnare al lungometraggio 7 delle 11 statuette per le quali il film era nominato, tenendo a mente che per vedere questa trovata caleidoscopica dei Daniels sia necessario sedersi in sala e abbandonarsi all’emorragia di immagini che i due registi ci propongono. Io non ci sono riuscito del tutto, ma qualcun altro potrebbe apprezzare scelte da me giudicate come manieristiche.

 

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Jacopo Marconi

Collaboratore Massa Carrara News

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