Ebbro delle sue esperienze all’estero, il regista Andrea Di Stefano costruisce un congegno narrativo che tocca spesso vette di cinema altissime. Complice un Favino oramai bestia da grande schermo.

Una panoramica a volo d’uccello su una Milano ormai avvolta dall’oscurità accompagnata dalle note ossessive di Santi Pulvirenti che tanto ricordano il groove di certi thriller o poliziotteschi italiani (Claudio Simonetti o persino il Morricone di La Tarantola dal Ventre Nero, P. Cavara, 1971). Si apre così il film scritto e diretto da Andrea di Stefano in concorso il febbraio scorso al Festival di Berlino con protagonista Pierfrancesco Favino che ormai consta di un’esperienza ed una capacità di penetrazione interpretativa tali da avvicinarlo ad un Al Pacino o un Leonardo Di Caprio.

L’assistente capo Franco Amore (Favino) sta per giungere all’agognata pensione dopo trent’anni di onorato servizio, se non fosse che la notte in cui la sua famiglia e i suoi amici gli hanno organizzato una festa a sorpresa per il suo ritiro egli debba correre sul luogo di un incidente dove giace tristemente un suo caro amico e collega (Francesco Di Leva). Forse Dino era un “marcio”? Arrotondava il suo stipendio con trasporti illegali? È quello che ci fa credere la MDP di Di Stefano nei primi minuti del prologo del film che lascia spazio subito dopo ad un lungo flashback che ci riporta indietro di dieci giorni, fino a catapultarci nella drastica e secca conclusione che in pochi minuti mostra il protagonista di fronte alla scelta che potrebbe mettere a repentaglio la sua intera esistenza.

Andrea Di Stefano, ebbro delle esperienze passate all’estero, gioca con una regia asciuttamente hitchcockiana – già quell’inizio con la panoramica sembrava rimandare a quello di Pshyco (1960) -, ma diversamente dal capolavoro del regista inglese, dove delitti e crimini avvenivano in interni (e soprattutto nella casa di Norman Bates/Anthony Perkins), L’Ultima Notte di Amore suggerisce fin da subito che il palco prediletto per la tragica messinscena cui stiamo per assistere avverrà all’aperto, per la strada, immersi nell’odore acre del sangue e dell’asfalto. Notevole in questo senso la prima scena dell’incidente girata in autostrada, complice un montaggio pronto a disinnescarsi ad ogni inquadratura, tra le luci, le macchine che sfrecciano, i rumori della strada, occasione adatta per portare alle massime possibilità espressive quella suspense rimasta sopita per gran parte del flashback che raggiunge in taluni punti vette da grande cinema. È un congegno perfetto quello ordito dal regista, una diavoleria pronta ad implodere al primo minimo movimento, al primo muoversi di un attore sulla scena o in conseguenza di uno spostamento brusco della MDP.

Il thriller di Di Stefano si trasforma ben presto in un poliziesco urbano tutto giocato sulla temperatura emotiva innescata da un indirizzamento sapiente della suspense da far invidia al miglior film di Alfred Hitchcock, indiscusso modello anche per quanto riguarda le facilità con cui si incastrano coerentemente ellissi temporali e cambi di prospettive dei personaggi.

Ma anche in altri momenti, per esempio quando la moglie di Amore, Viviana (Linda Caridi), viene investita dell’ingrato compito di recuperare la consegna persa dal marito e lui la guida a distanza, impossibilitato a muoversi per non farsi scoprire dai colleghi, i riferimenti al Maestro del Brivido abbondano nuovamente. Non è forse questa una situazione speculare a La Finestra sul Cortile (1954), quando Jeff (James Stewart), incapace di muoversi per la gamba rotta, istruisce a distanza Lisa (Grace Kelly) durante le loro indagini?

Sembra che Di Stefano conosca profondamente bene il lessico e la sintassi capaci di sposarsi con la scrittura dura, quasi hard-boiled, tutta pistole e inseguimenti, poliziotti corrotti e vendette, clan cinesi e talpe, raggiri e colpi di scena, della sceneggiatura ambientata in una Milano che sembra uscita da un romanzo di Giorgio Scerbanenco.

Con un Favino più intenso che mai e Antonio Gerardi che sembra scomparire dietro una delle tante maschere di Joe Pesci, L’Ultima Notte di Amore trattiene il respiro in apnea fino all’inquadratura finale, irrisolta, ambigua, vaga, come la vita che in pochi minuti si vede soffiare via l’assistente capo Franco Amore.

Con da una parte Hitchcock e dall’altra la miglior tradizione del poliziesco italiano che da Umberto Lenzi arriva a Damiano Damiani, uno script chandleriano, un’estetica a La Piovra e attori che sembrano recitare in un film di Martin Scorsese, L’Ultima Notte di Amore non è solo una delle proposte più interessanti dell’appena trascorso Festival di Berlino, ma senza dubbio uno dei migliori risultati del cinema di genere italiano degli ultimi anni.

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Jacopo Marconi

Collaboratore Massa Carrara News

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