Pajù si stende sulla sedia a sdraio. Le antenne degli altri condomini spezzano il cielo di agosto ramificando il tramonto. Non le è mai capitato di dormire sulla sdraio che usava per abbioccarsi alle tre del pomeriggio al mare, poggiandone, stavolta, le aste in ferro che la sorreggono sulla screpolata superficie in cemento del tetto condominiale. Non le era neanche mai capitato di avere la casa così inagibile. Certo, le era capitato di dover ristrutturare qualche parte. La cucina ad esempio.

“Filermooo, basta!” Urla ridendo e quello spalanca gli occhi rizzandosi in piedi con la cazzuola in mano piena di cemento ancora pastoso e liquido.

“Ma cosa vuoi?! Ma se è tua figlia che ci prova con mio figlio? Non è il contario!”

“Ma tu vorresti che fosse così, come vorresti che io, ci provassi con te!” Filermo ride, mandandola a fanculo. “Sì, vabbè.”

“Che succede?” Chiede l’altro posando il secchio. Filermo stende la pasta grigio-nera, melma scura del cemento con un movimento troppo veloce per essere preciso, ma la pasta viene bene su, comunque.

“Come che succede, Lulè, io le dico che sua figlia sculetta con il culo di fronte alla faccia di mio figlio tutto il tempo ed è alle medie e questa mi viene a dire che è mio figlio che ci prova con lei!” Lulè scompare dalla cucina dalle mattonelle divelte e i tubi al vento senza neanche commentare.

“Dai, commenta un po’ Lulè!” Esordisce Pajù.

“Lascialo stare Paj’, che è distrutto.” Commenta invece Filermo stendendo il cemento fresco impastato, portato su per quelle sette rampe di scale ora che l’ascensore è rotto. Pajù si affaccia alla porta.

“Mia figlia sculetta solo perché mio marito è stronzo e le ha insegnato che sculettare è una bella cosa.”

“Perché lo chiami ancora tuo marito?” Le chiede senza neanche alzare gli occhi dall’impasto Filermo, mentre lo cambia, coprendo i tubi. Pajù sta zitta qualche secondo, Filermo lo sa che lo sta guardando come guarda quel suo figlio che ci prova con sua figlia, quando lo becca andarle dietro, fin sotto casa. Filermo lo sa che Pajù lo sta guardando male, tutti uguali, sin dai sei anni in poi, ripete a sua figlia ogni giorno. Stai lontana da quelle bestie. Pajù è sboccata, povera, magra, bella, quarant’anni, il volto mangiato, corroso come quei tubi che vengono coperti, quegli occhi sono neri come i suoi boccoli enormi, quegli occhi neri come i suoi boccoli gli scendono addosso ondulati da una strana cattiveria.

“E tu come la chiami tua madre invece? Anche se ti ha lasciato?” Filermo ferma la cazzuola e la guarda. Si fissano.

“E come cazzo ti viene in mente a te di rispondermi così?” Silenzio. Proprio in quel momento arrivò una scossa di terremoto.

Già, Pajù non aveva mai dovuto fronteggiare un tale devasto in casa sua, pensa poggiando i suoi enormi piedi enormi, vecchi, gonfiati dalla vita, sul cemento screpolato del tetto. Quei piedi sono stati la sua fortuna? Era stata una vita di piedi quella? Di piedi nudi? Di piedi assaggiati? Di piedi baciati? Suo marito l’aveva amato anche per lui aveva amato i suoi piedi? Come amava quel tappeto che aveva, morbido, in salotto, che teneva, custodiva con gelosia. Era la prima volta, che non avrebbe potuto camminarci sopra. Guarda con i suoi occhi anneriti da una vecchiaia fuligginosa il sole abbassarsi sempre più, tagliando i rami di antenne, minuto dopo minuto, si perde sulla linea dell’orizzonte, quel sole bastardo che altro non sa fare se non tramontare e sorgere, sorgere e tramontare. Fulminasse qualcuno, qualche volta! Magari, chi aveva venduto quel tappeto a suo marito.

“Guarda! Guarda che roba!” Lo srotola e questo si adagia sul pavimento del salotto come fosse l’unica cosa che quel tappeto avrebbe mai potuto fare. Si squaderna che è un piacere, commenta più o meno suo marito. Lei lo osserva nelle lunghe, voluminose, capellute setole gialle. Ci camminerà sopra a piedi nudi? Per eccitare suo marito? Ha trent’anni… Chissà quanto le durerà quel tappeto. Le durerà trent’anni, ma ancora non lo può immaginare. Sorridente si leva i tacchi da lavoro. La casa appena comprata tace osservando con silenzio profondo il momento di bravura: levarsi i tacchi è un’arte anche quella se tuo marito è un feticista.

“Ma che fai? Ti compro un tappeto e lo inauguri facendo la porcella dopo due secondi?” Suo marito ride di gusto e lei stenta in un sorriso e pianta dopo pianta ci cammina sopra, ci piroetta sopra, chiedendosi se sia in realtà il modo giusto di trattare quel regalo: potrebbe rovinarlo? È tutto un regalo in fondo, quella casa gliel’ha comprata lui, i mobili sono i mobili di sua madre.

“Ma come sei brava a ballare!” Ride applaudendo lui. Sì, è il modo giusto di trattare quel regalo. Pajù si ferma rizzata sulle punte nude, ha solo la gonna, la camicetta, il suo vestito da cameriera, non ha nient’altro indosso se non tutti i vestiti: ma i piedi sono nudi per tutto il resto. Lui è il venditore di folletti più fortunato della provincia, pensa sbattendo ancora le mani. O meglio, questo è quello che lei pensa che la faccia di lui stia dicendo. Ed è effettivamente quello che dice la sua faccia. Si leva le scarpe anche lui, quel tappeto è sacro, è il suo regalo per lei, lo spazio dove potrà camminare a piedi nudi per lui, si avvicina a lei, le prende le mani: palmo contro palmo, dita fra le dita, si amano anche così le persone, toccandosi l’un l’altra le mani e guardandosi dritte nelle palle dei loro occhi, spogliandosi lì, a metà dei loro sguardi, chiedendosi perché non lo stiano già facendo. Odiando, amando l’attesa.

“Che fai?” Fa lei con un’espressione che dice “e quindi?”

“Che faccio?” Si chiede lui sinceramente e ride un po’ di sé. Trema il soffitto e trema il lampadario.

“Aspettiamo che la scossa passi, ecco che facciamo!” Commenta uno dei due, Pajù non ricorderà chi, seduta su quella sdraio, messa, trent’anni dopo su quel tetto del condominio.

Il sole non si vede più, lo guarda uccidersi ad antennate sotto i tetti delle case, schiudendo la notte. È un tuorlo timido il sole, che si uccide, ovetto rosso sempre più piccolo, abbandonando la volta celeste, per adagiarsi nella lotta rupestre della notte: c’è qualcosa di incredibilmente campagnolo nella notte estiva anche se è quella cittadina: i grilli friniscono anche nel buio dei lampioni cittadini, gli alberi sanno più di albero, i cespugli, durante la notte estiva, puzzano più di rametto e foglia anche se intorno hanno solo auto parcheggiate. Almeno lì, Pajù, patirà meno il caldo. Quel climatizzatore che le avevano preso quattro anni prima, ormai non fa minimante il suo dovere da almeno due settimane. Già, il climatizzatore che le ha comprato il suo genero. Già lo sente arrivare il buio, piano piano, mentre pensa a suo genero.

Da prima lo avevano messo in cucina, che da quando aveva quelle mattonelle rifatte non era possibile guardarla. Filermo ci si era messo di impegno a rompere un set di mattonelle dopo set di mattonelle, dopo set di mattonelle e a montargliele così, per dispetto. Aveva anche provato a camminarle su quel tappeto. Perché diavolo avrebbe dovuto passare così tanto tempo in cucina?

“Ma perché non glielo mettiamo in camera?” Dice lui.

“Ma in camera ha già i ventilatori.” Dice lei. Com’è diventata stronza sua figlia, nel corso degli anni, pensa Pajù.

“I ventilatori non funzionano bene, te lo ha detto. Meglio che dorma con il fresco, no.”

“In cucina passa la maggior parte della sua giornata, a cucinare, ogni sacrosanta ora della giornata. La televisione dove ce l’ha? In cucina!” Com’è diventata stronza sua figlia.

“Ma scusami…” Fa il genero, mette le mani avanti, fa un sorrisetto strano, scuote la testa. Pajù lo osserva, le ricorda davvero tanto suo marito. Chissà che fine ha fatto quello stronzo. Anche lui vende, polizze assicurative. Chissà se sa vendere come sa convincere sua figlia, figlia di lei, sua moglie, moglie di lui, che una cosa va fatta in un verso e non in un altro.

“Ma scusami eh… ma se… Se lei a dormire fa fatica, perché è la stanza più esposta al sole, non sarebbe meglio, dico io, fare un bel regalo a tua mamma, ovvero ficcarle il nuovo condizionatore, che io le ho comprato, in cucina?” Le altre due rimangono in silenzio, stranite. L’altro si rende conto dell’errore.

“Volevi dire in camera, Rudèl?” Fa Pajù, ridendo per l’imbranataggine sfoggiata nel momento topico, quello dove doveva spingere di più nella sua arringa: avrebbe dovuto menarla un po’ sulle sue notti insonni, di cui parlava spesso alla figlia via telefono, notti insonni ed estive. È il sonno e il caldo che non vanno d’accordo.

“Sì, ovviamente volevo dire quello. Volevo dire in camera. Mettiamoglielo in camera, Junia. In camera.” Ma Junia ha un altro aspetto tipico di quel suo padre ormai sfuggito a quelle pareti ingiallite e a quegli stipiti in plastica in cui Pajù è ancora affezionatamente rintanata: voler dimostrare di saper fare qualcosa per l’altro. È una forma di esibizionismo più che di altruismo. A differenza di suo padre, cosa che in realtà ritrova nel genero, Junia non l’ascolta per niente.

“Mia madre ha passato trent’anni di vita a fare da segretaria in uno studio di avvocati. Gente che come te sa parlare ma non sa pensare. Io lo so cosa vuole. Io sono sua figlia. Io le voglio bene. Quel condizionatore glielo mettiamo qui dove passa tutta la sua giornata a sbucciare le fave e a guardare la sua TV, vero mamma?” Pajù sorride senza muovere troppo muscoli, chi glielo fa di spendere così tante energie per sua figlia? Il soffitto trema, i lampadari tremano, lei sorride, nessuno si cura della scossa, tanto è così.

Già, rimase in quella cucina spento per un anno e mezzo. Pensa a questo Pajù guardando il cielo spegnersi: si formano le prime fiammelle, i contorni dei condomini appaiono sempre più spessi, si confondono sempre di più con le ombre azzurre della sera. Il giallo dei lampioni si blua, il rosso di alcuni tetti si nera, il verde delle serrande si marrona. C’era un bambino in televisione che parlava così, da scemo! Ride di quel bambino con Junia in braccio. Suo marito è di là, su quel tappeto agghinda la canna da pesca. Sparirà un’altra notte con le lenze luminescenti a rubare pesci al mare, lanciando le lenze dagli scogli, a due chilometri dal porto. Che gli servono quei pesci, che con l’acqua lercia per le navi, neanche si possono mangiare. Eh, e secondo te, quelli che prendi due volte al mese dal pescivendolo, dove li pescano? Al largo, ma va. Un’altra notte che su quel tappeto sta lì a montare le lenze. Cinque anni prima quel tappeto era sacro per lui, per lei lo è ancora. Mentre ride con Junia di sette anni in braccio, si chiede com’è che tutto questo sia accaduto. Com’è che quell’uomo che le sbavava dietro fino all’impossibile, ora fosse così sufficiente. Eppure era lei la bellezza assoluta, era lei quella fica nel gruppetto di amici, lui era il grassottello che neanche se la doveva sognare una così. Com’era che lei aveva perso la testa per quel suo petto che non era un petto, non appena aveva scoccato l’ora dei venticinque anni e in quel rintocco durato altri cinque anni non aveva fatto altro che amarlo e farsi amare e scoccato un altro rintocco, quello dei trenta, ecco che affievolitosi, tutto svaniva per lui, ma non per lei, che succedeva? Com’è che prima lo aveva rifiutato da giovane e poi se ne era innamorata? Era stata lasciata, sì, aveva iniziato a odiare tutta quella bellezza corpulenta che aveva avuto per le mani, quei giacchettini di pelle, qui motorini fiammanti, quelle gomme da masticare sboccate e sfacciate e indecenti, quelle bolle, quelle battute, e aveva, stuccata da tutto quello schifo, amato lui: lui. Lui. Lui… Che aveva lui? Com’era dolce, però. Che calore. Che odore, un buon odore… Un odore di cose tenere, di pasta, frolla… Com’era bello cucinare per la sua bocca grande che però masticava sempre in maniera fine. Com’era che quella bocca grande ora diceva battute ad altri pescatori e non a lei? Com’era che si era stancata del suo mondo aveva voluto lui e improvvisamente… Macché improvvisamente, era stato un piano, piano, piano… Come parlava strano quel bambino!

“Come parla strano quel bambino! Eh?” Dice a Junia che ride con lei. La porta si chiude. Oh, stavolta non ha neanche salutato, se ne è andato via senza neanche salutare quello stronzo! Pensa con la bambina in braccio. Il bambino continua a dire colori come se fossero verbi e verbi come se fossero colori. Utilizza tutto in stendendo quel dire scuro su ogni cosa. Nelle risate di quel programma televisivo c’è qualcosa di inquietante, nella televisione c’è qualcosa di inquietante, pensa con in braccio la figlia. Altra scossa di terremoto. La figlia continua a ridere per il programma divertente.

Il cielo si è fatto davvero scuro, ora potrebbe anche pensare seriamente di addormentarsi. Ma si aspettava più freddo, già il condizionatore! Che fine farà quel condizionatore? Cosa ne accadrà?

“Filermo, come sta?”

“Ma bene, dai!” Tale padre, tale figlio. Anche lui sarebbe stato un buon genero, ma per fortuna non gli è capitata Junia come moglie. Sarebbe stato un buon genero con lei, ma con sua figlia sarebbe stato un pessimo marito. Con una che ha le capacità di ascolto che ha Junia anche il santo dei santi su questa terra diventerebbe un diavolo incarnato.

“Kus, vuoi che ti prepari un caffè?” Gli chiede Pajù. Kus sorride mentre smonta il climatizzatore.

“No, no, mi mette ansia il caffè… Senti…” Ha le dita grandi, gli occhi piccoli, la pelle scura, le braccia tarchiate e marchiate da grossi tatuaggi, che però sembrano fiori, che però sono cerchi.

“Senti, qui io non vedo grossi problemi… Più che altro, non capisco che ci fa un coso così in cucina. Cioè, guarda che questo ti leverebbe ogni problema. Faccio una chiamata a tua figlia magari così le chiedo se posso spostartelo, vengo nei prossimi giorni.” Pajù è abituata a quella forma di insofferente indifferenza circa le sue opinioni, sorride. Pajù lo sa perché sua figlia non la sopporta e perché suo marito l’ha lasciata. Pajù è una donna da televisione. Mentre Kus, il figlio di Filermo scende dalla sedia, staccandosi dal condizionatore, i mobili tremano e tutto si scuote per l’ennesima volta. Kus sistema la sedia sotto il tavolo mentre la scossa continua.

“Cavoli, stavolta dura tantissimo.”

“Eh sì, ma dicono che anche per il prossimo anno sarà così e che l’anno prossimo addirittura ci sarà una di quelle scosse grosse-grosse. Spero di no, ma qui si stanno preparando tutti. Dai, chiamo… Oh, è finita finalmente!” La terra si quieta. Kus tira fuori il telefono.

“Chiamo tua figlia!” Tutti e due sanno che è lei che prende le decisioni per Pajù, non si può che intercedere. “Sai, secondo me, dormi meglio se ce l’hai di là! Oh, ciao Junia… Ah, scusami se sei di fretta ma… Bene, tu?… Guarda faccio veloce… Però, anzi, se non ce la fai ora, te lo richiedo magari domani… Vengo per un caffè? No… Ah… No è per il climatizzatore, volevo spostarlo in camera di tua mamma… Me lo ha chiesto lei… Ah, che faccia come vuole? Sicura?… Va bene, perfetto! Dai, allora ci sentiamo?”

Pajù osserva il cielo. Mai ha dormito su quel tetto prima d’ora. Su quella sdraio sì. Le ore a perdere le ore, il sole a perdersi sulla sua testa. Gli occhi a perdere ogni cosa, ficcandosi laggiù oltre la linea dell’orizzonte lungo quel mare che si curva facendosi così terrestre sotto il cielo. Una vita grigia, con qualche sprazzo di inevitabili, soleggiate, assolate, giornate di luce. L’estate l’arsura è bella viverla solo se sotto i piedi si ha la sabbia e non quel materasso che fa presto a inzupparsi di sudore e di un rimuginare che sa di stantio ormai. Quanto ci mette a raggiungere quella spiaggia? Venticinque minuti? Era la stessa su cui pescava suo marito? Il suo lui? Avrebbe dovuto essere il suo lui, ma improvvisamente è scomparso. Nessuna motivazione precisa. Perché è su quella spiaggia, a venticinque minuti di macchina da quella città, la città più sismica del paese, se quella spiaggia non le piace, se quella città non le piace? Potrebbe cambiare città? Ora? Si chiede su quella sdraio al mare. Si chiede su quella sdraio sul tetto. Cosa ci sta a fare lì, a beccarsi le scosse in quel mare di palazzi?

Intanto il buio si è fatto buio e il cielo sa di notte e le luci sanno di giorno, ma il cielo ha la meglio, almeno quando si alza di tanto la testa. E poi questo fresco! Com’è fresco dormire sul tetto! Certo, nella scossa di questo pomeriggio, la terra le ha fatto ballare la casa con una tale prepotenza, che questa si è spogliata, tutta eccitata, di ogni trave, di ogni calcinaccio, di ogni cosa che aveva attaccata a parete e soffitto. Lei è l’unica su quel palazzo evacuato e pericolante. Sul tetto, si è messa dopo aver litigato con la polizia, che sfinita ha deciso di andarsene: loro, senza un mandato vero e proprio, non possono costringere nessuno ad andare via. Da queste parti, chi vuole morire con la propria casa, può. Così ragiona una città posta sulla faglia più insolente e cretinamente insistente di quell’emisfero.

Lei è rimasta lì, in quel palazzo, non aveva avuto voglia di levare i pezzi di soffitto dal letto ed era salita. Anche il palazzo più solido prima o poi cede a tutte quelle scosse. Piccole, grandi cede chiunque… Ma lei ne ha vissute di così grandi? Può davvero meritarsi il lusso di cedere? Perché non se ne era andata? Eh, come perché? E chi glielo faceva fare! Ora anche lì, su quel palazzo, ha ancora una volta un buon motivo per non muoversi da dove sta: il fresco. Pajù socchiude gli occhi sul cielo che si è fatto nero. Certo, le luci le danno fastidio, ma a guardare bene lassù, quasi non ce ne si rende conto.

 

Time-lapse creato e ideato da Anja Aurora Mazza


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