L’accusa: una borsa con 50.000 dollari

Secondo fonti vicine al caso, Tom Homan, nominato da Donald Trump come border czar con ampi poteri in materia di immigrazione e deportazioni, sarebbe stato registrato nel settembre 2024 mentre accettava una borsa contenente 50.000 dollari in contanti da agenti sotto copertura dell’FBI, che si fingevano uomini d’affari interessati a contratti per la sicurezza delle frontiere.

L’episodio nasceva da un’indagine di controspionaggio avviata tempo prima, che inizialmente non riguardava direttamente Homan. La registrazione ha però portato ad aprire un fascicolo per possibili reati di corruzione e frode.

Perché il caso è stato chiuso

Con l’insediamento di Trump nel 2025, i vertici del Dipartimento di Giustizia hanno deciso di archiviare l’inchiesta. Secondo le autorità, non c’erano prove sufficienti per dimostrare davanti a una giuria che Homan avesse promesso azioni concrete in cambio del denaro. Inoltre, al momento dell’incontro con gli agenti non ricopriva ancora un incarico ufficiale nel governo.

Un ex alto funzionario del Dipartimento, Emil Bove III – oggi giudice federale d’appello – aveva espresso già a febbraio scetticismo sulla possibilità di sostenere l’accusa in tribunale.

In un comunicato, il direttore dell’FBI Kash Patel e il vice procuratore generale Todd Blanche hanno dichiarato che “l’indagine è stata sottoposta a revisione completa” e che non sono emerse “prove credibili di attività criminali”.

Le reazioni della Casa Bianca

La portavoce della Casa Bianca, Abigail Jackson, ha definito il fascicolo su Homan una “inchiesta palesemente politica”, sostenendo che fosse stata avviata dall’amministrazione Biden per colpire un alleato di Trump. Jackson ha sottolineato che Homan “non si è mai occupato di decisioni sui contratti” e lo ha descritto come “un servitore pubblico di lungo corso che sta facendo un lavoro fenomenale per il presidente e il Paese”.

Homan, contattato dalla stampa, non ha commentato. In passato aveva dichiarato di non voler entrare nel merito delle procedure di aggiudicazione dei contratti.

Il profilo di Tom Homan

  • Ex capo ad interim dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) durante la prima amministrazione Trump.

  • Dopo aver lasciato il governo, è diventato opinionista su Fox News e fondatore della Border911 Foundation, organizzazione che promuove la sicurezza dei confini.

  • Ha lavorato come consulente per aziende interessate a contratti legati all’immigrazione. Secondo il New York Times, avrebbe guadagnato tra 100.000 e 150.000 dollari come lobbista in Texas per Fisher Industries, impresa poi aggiudicataria di un contratto da 225 milioni per la costruzione di un tratto di muro di confine.

Nel novembre 2023 Homan aveva già annunciato la sua disponibilità a rientrare in un eventuale nuovo governo Trump, dichiarando:

“Ho promesso al presidente Trump che, se fosse tornato alla Casa Bianca, sarei tornato anch’io. E guiderò la più grande operazione di deportazione che questo Paese abbia mai visto.”

Dubbi e implicazioni politiche

Resta incerto se l’inchiesta sarebbe stata comunque archiviata a prescindere dall’amministrazione in carica, anche alla luce di recenti sentenze della Corte Suprema che hanno innalzato l’asticella per definire un atto come corruzione.

Il caso solleva però interrogativi sul grado di controllo esercitato da Trump sul Dipartimento di Giustizia e se la chiusura dell’indagine su Homan sia stata influenzata da considerazioni politiche, dato il ruolo centrale che l’ex capo ICE ha assunto nella nuova amministrazione.


Conclusione

Il caso Tom Homan resta emblematico delle tensioni tra politica e giustizia negli Stati Uniti. Da un lato, la mancanza di prove giudiziarie sufficienti ha portato alla chiusura dell’indagine; dall’altro, emergono dubbi sulla trasparenza del processo decisionale e sull’effettiva indipendenza del Dipartimento di Giustizia sotto l’amministrazione Trump.